Ragazzini
hanno picchiato il bimbo dal maglione giallo.
Foglie cadute
cricchiano.
Il bimbo dal maglione giallo per terra
con una torcia elettrica in mano. Piange.
Il vento spazza la piazza.
Due fari s'accendono e si spengono.
Ancora pugni al bambino dal maglione giallo.
Al diavolo,filate!
Se ne vanno.
Un filo di angue dal naso del bimbo.
Si rialza, se ne va.
Gente - ticchettio rapido e passi pesanti - fugata
dal freddo.
E' un po' discolo il bimbo dal maglione
giallo.
Ma anche più debole.
Natale del ’67, primo Natale in Italia. Avevo 10 anni ed ero arrivata in Italia da 2 mesi e 4 giorni. Ero ancora in quella fase in cui contavo ogni giorno da quando eravamo partiti con la grande nave dagli States. Mia madre ancora si ostinava a farmi indossare buffi cappellini e le calzine bianche corte nelle scarpe di vernice nera. La lingua italiana mi era ancora del tutto sconosciuta, praticamente sapevo dire solo ‘vaffanculo’ e lo dicevo a chiunque mi capitasse a tiro, con grande imbarazzo dei miei.
Nei giorni precedenti il Natale mamma riesce a tirar fuori dai bauli, non ancora completamente aperti e svuotati, tutti i suoi addobbi natalizi americani. Sistema nel grande soggiorno l’enorme albero finto pieno di luci colorate, palline luccicanti e fili dorati. Rami di agrifoglio e pigne dorate ovunque. Un Babbo Natale in ogni angolo. Le luci sul terrazzo attiravano la gente del paese a casa nostra. L’albero di Natale non era conosciuto a Ischia nel ’67 e così il paese, che già si riversava da noi a guardare la TV, ora aveva anche la curiosità per le americanate di mia madre ed ad ogni cambio di luci era tutto un coro di ‘ohhhhhhhh!!!!’.
Si, sarebbe stato un bel Natale.
Mamma e papà uscivano sempre da soli, a noi non era permesso seguirli e questo per mio fratello Silvio e me significava una enorme quantità di regali da trovare sotto l’albero la mattina del 25. Sapevamo che Babbo Natale erano loro, l’avevamo scoperto anni prima trovando i nostri regali nascosti in fondo ad una armadio a muro, ma non ne avevamo mai parlato, un po’ per paura che non ce ne facessero più e anche per proteggere nostro fratello più piccolo che invece era ancora convinto che Babbo Natale sarebbe sceso dal camino col suo sacco colmo di regali. Silvio ed io iniziammo a setacciare casa, come in una caccia al tesoro cercando i nostri regali, rovistammo ovunque senza risultato. Erano stati bravi stavolta a nasconderli.
Mamma continuava a sfornare torte di ogni tipo ed a friggere quintali di struffoli. Era bello stare lì ad osservarla mentre li passava nel miele e poi li sistemava su piatti colorati con confettini multicolore, lamelle di noci e mandorle e pezzettini di arancia candita. Tutte le torte ed i piatti di struffoli poi venivano incartati ed infiocchettati per bene e regalati.
Si, sarebbe stato proprio un bel Natale, anche se l’America era lontana e mi mancava così come mi mancavano gli amici ed i parenti rimasti lì.
La sera della vigilia dopo cena ci viene accordato da mamma per la prima volta di assistere alla Messa di mezzanotte, ci accompagnò zia Restituta tutta felice. Ci fece incappucciare per bene e tenendoci stretti per mano e ci portò in chiesa. Dopo la messa torniamo a casa, stretti stretti a zia, infreddoliti, ma eccitati pensando al mattino dopo.
Cercai di restare sveglia, volevo vedere mamma mettere i regali in silenzio sotto l’albero, invece nel caldo del mio letto mi addormentai in fretta.
Sognai di essere in America, sognai le luci, la musica, i cantori che girano per le case con la gioia dei loro canti. Sognai la neve bianca e soffice che copre ogni cosa. Sognai gli amici, i parenti.
Sognai il grande albero del nostro salotto illuminato. Sognai le luci che giocano con le carte lucide dei regali e disegnano figure astratte sui muri.
La mattina ci svegliamo con i profumi della cucina di mia madre, con i rumori delle stoviglie. Silvio ed io ci alziamo in contemporanea e corriamo nel soggiorno. L’albero era tutto illuminato… ma… neanche un regalo.
Scoppiamo in lacrime. Papà cercava di abbracciarci per farci calmare e ci spiegava che in Italia non esisteva Babbo Natale, ma la Befana e che i regali li avrebbe portati lei, ma eravamo inconsolabili.
Mi divincolai dalle sue braccia e presi a gridare fra i singhiozzi, tirai fuori il dolore per quel trasferimento da un continente all’altro al quale ci avevano costretto, tirai fuori tutto il rancore accumulato ed anche il dolore per quel brutto Natale. Dissi che sapevo benissimo che erano loro a portare i regali e che lo sapevo da tempo e che di sicuro non esisteva manco la befana quindi avrebbero potuto fingere, almeno per quell’anno, che nulla fosse cambiato. Mi chiusi in camera mia sbattendo forte la porta ed alzando il volume del mangiadischi al massimo per non sentire mamma che cercava di parlarmi al di là della porta. All’ora di pranzo zia Restituta venne a bussare, non capivo nulla di quello che diceva, ma la sua dolcezza mi indusse ad uscire. Mi prese per mano e mi portò in sala da pranzo. Il tavolo era lunghissimo apparecchiato benissimo con una tovaglia bianca tutta ricamata, il bellissimo servizio di piatti di mamma e le posate d’argento, ma c’erano molti posti in più rispetto a quanti eravamo noi. Non capivo.
Pian piano arrivano gli ospiti, una decina di persone del paese, molto poveri e soprattutto senza famiglia che i miei avevano voluto a pranzo per non farli sentire troppo soli.
Mi vergognai molto dei miei capricci del mattino e quel giorno capii che Natale non era solo ricevere, ma era anche e soprattutto dare.
Trascorremmo una bellissima giornata tutti insieme.
La sera, quando ero già a letto i miei si vennero a sedere accanto a me e mi chiesero scusa per avermi costretto ad un cambio di vita così radicale, per gli amici persi, per la lingua che non capivo, per avermi tolto anche la gioia del Natale, ma questo l’avevano fatto in buona fede, accettando le tradizioni italiane e non pensando a quanto ne avremmo sofferto.
Papà disse che ci aveva portato in Italia sperando per noi una vita più serena e tranquilla, con minori pericoli.
Ci abbracciammo e mi addormentai.
Il 6 gennaio facemmo la conoscenza con la Befana, che fu estremamente generosa, regalandoci fra le altre cose le tanto agognate biciclette che papà in America non ci aveva mai voluto comprare per paura del traffico.
Gli anni successivi i miei decisero di dividere i regali fra le due festività ed abbiamo avuto sempre dei Natali molto belli e pieni d’amore, ma il ricordo del Natale del ’67 resterà per sempre tatuato nel mio cuore.
Grazie a Raimondo Venturiello oggi mi sento una 'vera poetessa'.
Come ho già detto altre volte, non sempre sono convinta di ciò che scrivo, vengo sempre presa da mille dubbi e spesso cancello e riscrivo tante volte prima di avere un risultato secondo me soddisfacente.
E poi arriva Raimondo, che entra nelle mie parole come forse manco io riesco ed è Poesia.
Sul mio corpo canteranno
le acque degli oceani,
correnti sottomarine
sussurreranno rabbrividendo.
La triglia con i baffi
sfiorerà le alghe
e guarderà curiosa
questa nave umana travolta
che ondeggia nel ritmo blu
dell'ampio silenzio dei gorghi.
Ringrazio Simona del blog www.dovesei.splinder.com, che con i suoi scritti e le canzoni mi induce sempre a pensare e a riflettere... anche troppo a volte
grazie a battiato per aver scritto questo capolavoro
La stagione dell'amore viene e va,
i desideri non invecchiano quasi mai con l'età.
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più.
La stagione dell'amore viene e va,
all'improvviso senza accorgerti, la vivrai, ti sorprenderà.
Ne abbiamo avute di occasioni
perdendole; non rimpiangerle, non rimpiangerle mai.
Ancora un'altro entusiasmo ti farà pulsare il cuore.
Nuove possibilità per conoscersi
e gli orizzonti perduti non ritornano mai.
La stagione dell'amore tornerà
con le paure e le scommesse questa volta quanto durerà.
Se penso a come ho speso male il mio tempo
che non tornerà, non ritornerà più.
Nome: maryann Io sono
l’anguria spaccata che illividisce,
il tamburo a sonagli pulsato dalla mano invisibile del Tempo,
la follia errante dei si e dei no,
la carne e il pensiero,
la dimenticanza e il ricordo,
la terra e l’etere.
Io sono
lo stanco sospiro del dio smarritosi nell’intrico della natura,
barlume onirico,
a volte realistica tela di vita.
Io sono
lo spirito verde della natura,
il dubbio dell’essenza,
il mesto attimo della comprensione umana.
Io sono
il vento vuoto e ricco,
il grido del bambino nel primo mattino,
l’uccello sempre in volo e sempre attaccato alla terra.
Io sono
il blu ubriaco di calore estivo,
che ha perso ogni speranza di diventar rosso,
il verme che nuota nell’atonìa melmosa di questo mondo
che vive e muore.
Io sono
solamente
una donna.
Odi et Amo
Odio
I blog con odi et amo Le solite cose continua così
Amo
I blog senza odi et amo Chi ha qualcosa di diverso continua così