Mendica il cuore
feste di sorrisi dopo
il tormento…Immensa
la notte di vasti silenzi
e trepidante è l’attesa.
E si sbriciola il tempo,
logoranti attimi afferrano
la luce arenata nel buio,
fino alla soglie
del giorno nuovo.
Si accalcano istinti
ricolmi e irruenti
cercando spazi
quasi mai appaganti.
Poi è festa di sole,
esplode il giorno
pulsante realtà
e scivola la vita
verso altre immensità.
E non sarà, mai più, ieri.
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2tonidiblu57 alle ore 22:07 |
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Nei tuoi silenzi
come nei tuoi occhi
nelle tue mani a disagio,
a volte,
si perde il mio sguardo
timido e sfrontato
impacciato e sfrenato
… innamorato…
prenderti la mano
e spiegare le mie ali
con te
vorrei…
mentre resto
immobile,
indifferente, sembra,
e lascio scorrere la penna
all’ombra complice dei miei capelli
per non gridare al mondo
il mio amore sfiorandoti
le labbra con il bacio
che trattengo a stento,
tra le mie labbra.
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2tonidiblu57 alle ore 11:55 |
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Con il sole sentimmo
l'ardore dell'amore,
attingemmo dall'acqua
gioiosa purezza,
le strade della vita
nel vento trascorremmo.
Poi chiusi fummo
nel cerchio del dolore.
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2tonidiblu57 alle ore 18:02 |
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Ho ripreso
la penna per
dipingere te.
Ritratto di una emozione
che sfreccia
sull'asfalto
pedale a tavoletta...
Mi calzo sugli occhi
il berretto da casellante
aspettando
il sibilo del freno
che inchioda
- ti inchioda -
al rosso del mio
semaforo...
Un trillo dl
telefono
e sfreccia
stavolta il cuore
avvampo in quel
pallore che è fuoco
adesso
al quale assiderata
mi riscaldo...
mi sciolgo...
mi perdo.
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2tonidiblu57 alle ore 21:55 |
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Stregata...
da due occhi di bosco
profondi,
da un lieve
impercettibile
sussulto delle
labbra che si increspano
appena
nel disegnare
il profilo dell'immensità.
E
resto muta
rapita
stordita
dal dilagare indomito e prepotente
della tua anima
mescolata alla mia.
E
non ci sono
parole,
neanche le più dolci
per cantare l'amore
per fermare lo sguardo
arrestare quel fremito
fotografando le immagini...
E
non c'è suono
E
non c'è luce
Non c'è più vita ormai
al di là di te.
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2tonidiblu57 alle ore 12:31 |
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Racconto storie.
Rubo a casaccio
stracci di memorie
e poi le allaccio
in nodi stretti,
tiro fuori vecchie foto
dai cassetti,
le guardo
e mi rigiro tra le mani
sempre il mio ieri.
Non c’è mai domani.
Raccolgo scorie.
Brandelli di emozioni
un poco spurie,
banali come testi di canzoni
che durano una estate,
presto finite
e mai dimenticate.
Stagioni andate…
Riciclo i miei sogni
e di quanti,
dietro i ricordi,
nascondono i rimpianti.
Accordi dissonanti.
Trasparenti come fantasmi,
anche gli orgasmi,
li soffochi tra i denti,
metti il bavaglio al cuore
e poi ti penti
se il grido dell’amore
non lo senti.
Racconto storie.
Vere o false
la sa Dio,
ormai è quasi un mestiere,
fondo ciò che è tuo
con quello che è mio,
butto nel calderone
maschere d’occasione,
paura,
distrazione,
noia
e disperazione,
problemi che non hanno
soluzione,
mescolo tutto
e bevo la magica pozione.
Raccolgo storie.
Salvandone qualcuna
dall’oblio,
qualche ritaglio
da mettere in cornice,
anche uno sbaglio,
se sai ascoltare
dice.
E sono qui
già pronta ad ascoltare,
a medicare
con le mie parole,
a scegliere,
magari,
un bel finale.
Certo il passato
non lo so cambiare,
non ho la forza di modificare,
mi manca anche il coraggio
per osare,
riesco a malapena a
respirare,
ho smesso già da tempo di
pensare.
Solo una cosa sono brava a fare:
raccogliere storie
e raccontare.
Non mi fermare.
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2tonidiblu57 alle ore 17:47 |
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Quest'ora
che la pioggia consuma
silenziosa
sulla linea fredda
azzurra d'orizzonte
può donarmi
un anelito di pace.
E sembrano diversi
i rami spogli
tesi verso il cielo
nudi rifugi
nell'aria pulita.
Il vento stesso
padrone delle cime
non bufera
non più urlo spaventoso
eleva un canto
e m'accompagna
guida
per le strade sconosciute
della mente.
E capisco
che posso recuperare
la vita
come si coglie
una primula precoce
in un largo di sole
medaglia inconsapevole
sull'edera.
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2tonidiblu57 alle ore 21:18 |
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Una vita fa, quando frequentavo l'ultimo anno di liceo, lessi per la prima volta questa poesia di Eliot, me ne innamorai. Sembrava uno dei miei deliri personali. Una delle lotte fra me e me, fra mareblucobalto ed io
S'io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo,
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questa fondo
Non tornò vivo alcun, s'i' odo il vero,
Senza tema d'infamia ti rispondo.
Dante, Inferno (XXVII, 61-66)
Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente eterizzato disteso su una tavola;
Andiamo, per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d'ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l'insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono...
Oh, non chiedere « Cosa? »
Andiamo a fare la nostra visita.
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine che cade dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d'ottobre
S'arricciolò attorno alla casa, e si assopì.
E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare,
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito
Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo.
E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, « Posso osare? » e, « Posso osare? »
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli -
(Diranno: « Come diventano radi i suoi capelli! »)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca e modesta, ma asseríta da un semplice spillo -
(Diranno: « Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia! »)
Oserò
Turbare l'universo?
In un attimo solo c'è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo invertirà
Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: -
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini da caffè;
Conosco le voci che muoiono con un morente declino
Sotto la musica giunta da una stanza più lontana.
Così, come potrei rischiare?
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti -
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
E quando sono formulato, appuntato a uno spillo,
Quando sono trafitto da uno spillo e mi dibatto sul muro
Come potrei allora cominciare
A sputar fuori tutti i mozziconi dei miei giorni e delle mie abitudini? .
Come potrei rischiare?
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte -
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
E' il profumo che viene da un vestito
Che mi fa divagare a questo modo?
Braccia appoggiate a un tavolo, o avvolte in uno scialle.
Potrei rischiare, allora?-
Come potrei cominciare?
. . . . . . . . . . . .
Direi, ho camminato al crepuscolo per strade strette
Ed ho osservato il fumo che sale dalle pipe
D'uomini solitari in maniche di camicia affacciati alle finestre?...
Avrei potuto essere un paio di ruvidi artigli
Che corrono sul fondo di mari silenziosi
. . . . . . . . . . . . .
E il pomeriggio, la sera, dorme così tranquillamente!
Lisciata da lunghe dita,
Addormentata... stanca... o gioca a fare la malata,
Sdraiata sul pavimento, qui fra te e me.
Potrei, dopo il tè e le paste e, i gelati,
Aver la forza di forzare il momento alla sua crisi?
Ma sebbene abbia pianto e digiunato, pianto e pregato,
Sebbene abbia visto il mio capo (che comincia un po' a perdere i capelli)
Portato su un vassoio,
lo non sono un profeta - e non ha molta importanza;
Ho visto vacillare il momento della mia grandezza,
E ho visto l'eterno Lacchè reggere il mio soprabito ghignando,
E a farla breve, ne ho avuto paura.
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera
Fra te e me, ne sarebbe valsa la pena
D'affrontare il problema sorridendo,
Di comprimere tutto l'universo in una palla
E di farlo rotolare verso una domanda che opprime,
Di dire: « lo sono Lazzaro, vengo dal regno dei morti,
Torno per dirvi tutto, vi dirò tutto » -
Se una, mettendole un cuscino accanto al capo,
Dicesse: « Non è per niente questo che volevo dire.
Non è questo, per niente. »
E ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Ne sarebbe valsa la pena,
Dopo i tramonti e i cortili e le strade spruzzate di pioggia,
Dopo i romanzi, dopo le tazze da tè, dopo le gonne strascicate sul pavimento
E questo, e tante altre cose? -
E' impossibile dire ciò che intendo!
Ma come se una lanterna magica proiettasse il disegno dei nervi su uno schermo:
Ne sarebbe valsa la pena
Se una, accomodandosi un cuscino o togliendosi uno scialle,
E volgendosi verso la finestra, dicesse:
« Non è per niente questo,
Non è per niente questo che volevo dire. »
. . . . . . . . . . .
No! lo non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l'avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente, cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po' ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo -
E quasi, a volte, il Buffone.
Divento vecchio... divento vecchio...
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.
Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l'una all'altra.
Non credo che canteranno per me.
Le ho viste al largo cavalcare l'onde
Pettinare la candida chioma dell'onde risospinte:
Quando il vento rigonfia l'acqua bianca e nera.
Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d'alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.
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2tonidiblu57 alle ore 17:00 |
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brani altrui
Quella mattina Domenico si svegliò alle quattro, come sempre.
Si sciacquò frettolosamente il viso, indossò i soliti abiti da lavoro sporchi, non ne aveva altri, e corse fuori per accudire gli animali.
L’alba era molto luminosa e più rosata del solito, Domenico neanche se ne accorse.
Mai nella sua vita si era accorto dell’alba. Albe, tramonti, sere, non erano altro che la sua giornata di lavoro. Per lui esisteva il giorno ed esisteva la notte. Lavorare, dormire e basta.
Quella mattina, come tutte le altre,i mpastò la crusca con il granoturco e la frutta marcia per i maiali, distribuì erba fresca ai conigli nelle gabbie, ripeté l’operazione nel recinto dove erano rinchiusi la capra, due pecore e due agnellini, gettò infine il granone spezzato alle galline che libere razzolavano nel cortile
Alle cinque, un’ora prima del solito, aveva finito ed era pronto ad accogliere i tre contadini, che da lì a pochissimo sarebbero venuti a muovere le zolle nel terreno intorno alla casa di don Peppino, il suo padrone.
Quanto Domenico aveva, lo doveva al padrone. Il cibo che mangiava, il materasso riempito con cartocci di granoturco sul quale poteva distendersi. Senza dimenticare che, cinquant’anni prima, quando di anni ne aveva sette, don Peppino lo aveva prelevato dall’orfanotrofio della ‘Nunziata’ e gli aveva concesso di diventare il suo garzone.
Domenico era riconoscente per tutto questo e, sotto-sotto, anche soddisfatto di essere l’uomo di fatica di un ricco possidente, proprietario, tra le altre cose, di un enorme caseggiato con gli archi di tufo verde levigato ed il grande terrazzo dal quale si poteva ammirare tutto il Golfo di Napoli. Sotto gli archi di ponente della casa s’intravedevano due cisterne per la raccolta di acqua piovana. Dalle loro dimensioni e dalla capacità si poteva intuire l’agiatezza di don Peppino. Costruite anch’esse in pietra verde levigata e con i bordi circolari, erano le più ampie e profonde della zona e, chissà perché, l’acqua che si attingeva era anche la più fresca che si potesse bere.
In estate, quasi tutti in paese esaurivano la riserva d’acqua, e, nei periodi di maggiore siccità, non era raro imbattersi in silenziose processioni di donne che, con piccoli tini in equilibrio sulla testa, si recavano alle cisterne di don Peppino. Arrivate sotto la terrazza del padrone, si profondevano in inchini e, impacciate e con gli occhi bassi, attingevano l’acqua a turno.
Tra le mansioni di Domenico c’era anche quella di avere cura delle cisterne, nelle quali affluiva acqua da cinque tetti fatti di lapilli e calce viva pressati. Ogni anno, in autunno, per impedire l’afflusso delle prime piogge, chiudeva le condotte, in modo che l’acqua lavasse tutte le superfici collettrici. Solo all’acqua invernale, fresca, limpida e pulita era consentito riversarsi nelle cisterne. Ogni tre o quattro anni, poi, le svuotava, lavava e disinfettava per bene con la calce, accertandosi che le due anguille, destinate ad ingoiare gli eventuali microrganismi che si fossero formati, fossero sempre vive.
Domenico, insomma, si occupava proprio di tutto.
Il lavoro che si apprestava a fare quella mattina non aveva nulla di straordinario se non che veniva effettuato sempre nel mese di luglio, quando i terreni, soprattutto quelli coltivati a vigneti, avevano bisogno di una rinfrescata. Solo i proprietari più accorti facevano rinfrescare i propri terreni e don Peppino era un uomo accorto.
Arrivati i tre braccianti, Domenico indicò il terreno da lavorare e, per dare il buon esempio, si schierò accanto a loro, perché ‘in quattro si procede più svelti’.
Nel silenzio delle prime ore del mattino si percepiva soltanto il tintinnio delle zappe, che sembravano manovrate da un mezzo meccanico. A muoverle invece sincronicamente erano le braccia di quattro uomini, curvi per la fatica in un polverone accecante e sotto un sole che già cominciava a bruciare volti e schiene.
Quando l’orologio della chiesa suonò le nove, Domenico corse a casa del padrone a prendere la colazione che donna Lucia, la moglie di don Peppino, aveva preparato: fave secche cotte con cipolla e concentrato di pomodoro, insalata di patate, cipolle e pomodori condita con poche preziose gocce d’olio, un pane vecchio di dieci giorni, che Domenico stesso aveva impastato ed infornato. Da bere la solita bevanda, che poi non era altro che acqua in cui venivano messe le vinacce durante la vendemmia. Niente vino. No, il vino poteva diventare pericoloso; una zappata vibrata male equivaleva ad una vite tagliata.
Il vino l’avrebbero bevuto al termine della giornata di lavoro.
Dopo aver fatto colazione gli operai ripresero a lavorare. La fatica e la polvere del terreno smosso inaridivano sempre più la gola e le narici dei quattro uomini, che procedevano senza più pause.
Quel poco di bevanda rimasta era ormai diventato un brodo caldo ed imbevibile. Domenico senza parlare prese il bottiglione e andò verso la cantina per riempirlo di nuovo.
Quei pochi minuti di strada che lo separavano dalla casa del padrone gli parvero interminabili e senza fine gli sembrò il suo procedere ansimante sotto il sole che si rispecchiava sul suo cranio e con l’unica ciocca di capelli, impastata di polvere e sudore, incollata sulla fronte. Disgustato percepì l’odore stesso del suo corpo, l’acre puzzo di sudore che fuoriusciva dalla maglia di lana, strappata in un lato.
Varcò, finalmente, l’arco di tufo verde che delimitava la casa del padrone, s’introdusse nel cortile, passò davanti alle cisterne e si fermò. Sul bordo di una di esse aveva visto il secchio, invecchiato e bronzeo come una campana, con i bordi imperlati di gocce d’acqua, la fune ancora bagnata. A quella visione provò un delizioso brivido lungo la schiena. Avanzò bramoso, aprì le braccia, dischiuse le labbra e le accostò al secchio. Vuoto! Con il dorso della mano asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, si stropicciò gli occhi e riprese in mano il bottiglione per riempirlo in cantina.
‘Domenico!’ lo fermò la voce del padrone, che dal terrazzo aveva assistito alla scena.
‘Che c’è don Peppino?’ rispose Domenico.
‘Domè, attingimi questo secchio d’acqua.’
Domenico riprese il secchio, lo fece scendere con la fune nella parte più profonda della cisterna, dove l’acqua era sicuramente più fresca, poi, tiratolo su, si passò la lingua secca sulle labbra asciutte e disse: ‘Eccola padrò, fresca fresca e tutta vostra.’
‘Domè!’ disse ancora don Peppino.
‘Dite padrò,’ rispose Domenico tutto piegato su se stesso, aspettando altri ordini.
‘Domenico, ora bevi!’
Domenico bevve, andò in cantina, riempì il bottiglione di bevanda e tornò nel vigneto per far dissetare anche i suoi compagni.
Ormai i contadini avevano terminato il lavoro. Il pezzo di terra, lavorato di fresco, sembrava vellutato. I verdi pampini delle viti e le piante da frutto, incipriate di polvere e zolfo, proiettavano ombre sulla superficie rimossa.
Vitaliano suonò le dodici picchiettando la zappa con la roncola. Quel sordo tintinnio, simile a una campanella stonata fu il segnale che si potevano posare gli attrezzi.
Costeggiando le rare ombre lungo il terreno, i quattro si avviarono verso la cantina per consumare un pasto frugale. Qualche fetta di pane stantio, pochi pezzi di duro e salato formaggio, una bottiglia di vino.
Domenico aspettò che i suoi compagni finissero di mangiare, pagò a ciascuno di loro i due soldi per la giornata di lavoro e li vide svanire nel fumo puzzolente delle sigarette da loro stessi arrotolate, storditi dal vino e dall’estenuante frinire delle cicale. Solo allora si sedette su un basso gradino e si rifocillò con quel poco che era avanzato. Poi, da un’altra botte, spillò vino ‘speciale’ per il suo padrone e glielo portò per il pranzo.
Finalmente era finita la prima parte della sua giornata di lavoro. Si allontanò dalla casa di don Peppino e andò a distendersi su quel terreno zappato di fresco, all’ombra di una pianta. Non lo faceva abitualmente. Di solito si abbandonava sul suo giaciglio di tavole e cartocci di granoturco e inebetito, con gli occhi spalancati, faceva passare la sua ora di riposo.
Quel giorno però era diverso, sentiva che solo dormendo avrebbe recuperato la forza necessaria per affrontare il lungo pomeriggio di lavoro che lo aspettava.
In quella quiete, in quella terra più sua che del suo padrone, Domenico quasi s’inumò con gli occhi spalancati al cielo azzurro, la bocca semiaperta in un sorriso e le orecchie solleticate dai fili d’erba mossi dal venticello caldo.
Gli sarebbe bastato dormire un’ora, una sola ora, e avrebbe ricominciato a zappare e la sera avrebbe pensato agli animali e avrebbe servito la cena alla famiglia del padrone, poi avrebbe mangiato una minestra tiepida… poi la notte… la mattina dopo gli animali. Se fosse rimasto in casa non sarebbe riuscito a dormire. Il caldo afoso e gli scricchiolanti cartocci sotto la schiena lo avrebbero tenuto sveglio e, se anche fosse riuscito ad addormentarsi, sicuramente il padrone l’avrebbe svegliato per qualche capriccio da soddisfare.
‘Domenico!’ lo distrasse dai suoi pensieri una voce in lontananza.
Si sollevò faticosamente sui gomiti e tese le orecchie per capire da dove provenisse il richiamo.
‘Dite padrone!’ soffiò amaro ad un lombrico attorcigliato su una foglia, poi, senza forza, affondò pesantemente la nuca nel terreno.
‘Domenico! Domenico!’ ancora la stessa voce, questa volta più chiara. No, non era il padrone ad avere bisogno di lui.
‘Chi sei?’ farfugliò serenamente Domenico.
‘Domè! Ora dormi!’ ripetè la voce dolce e suadente come in una ninnananna.
‘Signore! ‘ rantolò Domenico chiudendo gli occhi.
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2tonidiblu57 alle ore 11:56 |
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racconti

Arriva,
diafana come la nebbia
che cinge la cima,
il canto del cuculo.
Sostiamo.
Null’altro rumore
copre
l’odore dell’erba.
Ed il vento comincia a salire.
Tu gioisci
per un fiore dischiuso,
un colore diverso.
Con te vado
in fondo alle antiche memorie
e, attraverso il tuo dire,
mi si apre una strada
che porta
a spiegarmi le cose,
all’universo nascosto
in ciascuno di noi:
al tuo,
al mio così triste
e severo,
che vuole per forza sapere
cosa spinge
a sognare oltre il sogno
per capire
la Morte
e la Vita.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 22:11 |
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poesia