Non volli mai
che ci fosse qualcuno
ad attendermi
quando, al ritorno
dai miei vagabondaggi
di illusionista del tempo,
funambolo dell'esistenza,
finalmente cercavo un luogo
in cui ricomporre il mio essere
che tu frantumavi.
Non potevi aiutarmi
e mai neppure tentasti.
Ancora riesco a sentirti
scalfirmi l'anima,
mentre mi trema in gola
un grido
di persona senza scampo,
perduta. Celata
nel tuo corpo
disperazione e vita e luce,
tanta luce da fondere
questo corpo insoddisfatto
e in attesa
come serpe nascosta
in siepi di ginestra.
Una coperta troppo corta
il nostro amore
e
per capirlo,
a me sono serviti anni,
a te due ore.
Dovevo immaginarlo,
si,
più in fretta
dai tuoi piedi freddi
o dal tuo mal di testa
per cui non mi davi retta.
Aspetta, mi dicevo, aspetta, aspetta
verrà primavera a riscaldarci,
fuma una sigaretta…
Aspetta, aspetta
che magari si rannicchia,
si accoccola vicino a te,
il cuore mica invecchia!
Ho tempo,
ho tanto tempo da bruciare,
almeno lui mi potrà riscaldare.
Sono qui per te,
non mi allontano,
avrai meno freddo
se stringi la mia mano.
Sono qui… vicina,
troppo vicina forse,
un bagno di sudore
per quelle troppe corse,
domande che morivano tra i denti
solo banalità: “ come stai oggi?”
al posto di “Ti amo,
che ci facciamo qui? Partiamo!
Prepara le valigie insieme a me
Ho un solo desiderio: vivere di te.
Ti porterò nel sole,
del freddo e delle sue braccia
non resterà più traccia.
Ascolta i miei silenzi:
lo parlo poco,
usare le parole,
sai,
per me è un gioco.
Sono qui…”
Non l’hai detto mai
perché mi meraviglio allora
se te ne vai?
Perché mi sento sciogliere nel fango?
Perché non scappo via?
Perché ora piango?
La verità ha un sapore orribile;
non l’hai mai rischiato per me tu il cuore.
Resto ancora qui,
non ho fretta.
Tu corri da qualcuno che ti aspetta;
se sto morendo,
tanto,
che t’importa:
non ero amore, io,
ma una coperta troppo corta.
Sulla spiaggia manciate di sabbia
e di attimi dei miei vent'anni,
gioie e dolori che hanno
partorito a fatica
pungenti malinconie e vuoti ricordi.
Manciate di tempo e di sabbia,
di estati calde, di costumi da bagno,
di grida infantili e di amori senza storia,
destinati a morire nel tempo.
In questa autunnale maturità
saggiamente e stupidamente
mi medito.
Ti ricama,
Ischia mia, mia malìa,
il mare di sempre pallide trine.
Cullata
canti e vivi
e muori
nel tuo inverno.
Assorto il mare
lameggia tra la gaggìa
isola, se io fossi uomo
saresti la mia donna,
donna di canti,
donna d’amore,
donna di pianti
e di dolore.
E ancora dormi stamane
nel mare che incanta.
E’ sbocciato l’azzurro
che tutto ammanta
di melodia.
Isola mia,
mia malìa.
Al mio ultimo giorno
non griderò
vuote disperazioni per non
essere nata Dea.
Contenta
di aver partecipato all’agape della vita,
la mia umanità
cadrà sulle selci roventi
e nella polvere
berrò
il mio calice godendo
di essere stata
donna.
E mentre l’eternità piomberà
su di me
mi distrarrà il passo
felpato di un gatto
dalle verdi pupille.
