Vorrei parlarti stanotte
mentre il vento
manda pioggia sottile,
mentre il cielo
si fa scuro
e cancella la luce.
Vorrei che quest’anno
si fermasse
conservando
solo purezza.
Vorrei che un orologio
con un cuore di metallo
modellasse il suo essere
sulle note
di questa musica
per non seguire più
tempi vuoti
e corresse
inseguendo
altri mari
con altre vele
Ripubblico questo brano perché stasera ho avuto la gradita sorpresa che è stato scelto per una antologia di narrativa di prossima pubblicazione
Mi piace, ogni anno, fare un giro sulla vecchie barca di don Ciccio, barcaiolo senza età.
Pare che mi aspetti puntuale nel piccolo porto per raccontarmi, durante la gita intorno all’isola, qualche nuova ed incredibile storia che ascolto sempre senza saperne dare una giusta spiegazione o trarne un logico perché.
Mi piacciono le fantasticherie e l’abbandono delle vacanze mi aiuta ad accettare tutto, anche l’irragionevole, mi consente di ascoltare le storie di Ciccio e dargli la certezza di credergli.
Non ha esitazioni nel confidarmi i suoi sfoghi al ritmo del motore della vecchia barca, colma, però, di un fascino misterioso.
Sono tornato quindi sull’isola facendomi trasportare per la strada sinuosa che la fascia come una cintura di seta, ad ogni passo mi entra nel sangue e mi appartiene sempre di più.
Eccolo lì l’albero dondolante del barcone con don Ciccio a bordo che non sta mai fermo e borbotta chissà cosa. Vive sul mare, nato sul mare da padre e nonno pescatori e del mare ne ha fatto un amico sicuro e fedele, quasi dimenticando la famiglia che gli pesa come un macigno sulle spalle.
Lo saluto dalla spiaggia, mi risponde alzando il braccio e accosta.
Poche parole ed il motore è avviato.
Al largo ci sono dei pescherecci, tirano le reti mentre sfrecciano inesorabili motoscafi veloci.
Negli occhi di Ciccio un lampo d’odio.
“Tutto hanno distrutto” dice parlando a sé stesso.
“Ecco perché sono andate via le sirene” continua.
“Le sirene?” chiedo sbalordito e fingendo stupore.
“Si, le sirene. Le sirene dell’isola ci sono state, cantavano per i pescatori ed i marinai, e soprattutto, per la gente buona e gli innamorati felici e solitari.”
“Poi?” chiedo.
“E poi… tutto è cambiato. I giovani sembrano pazzi, gridano, cantano brutte canzoni. I motoscafi non danno pace, l’acqua è inquinata e così… addio sirene. Hanno deciso di non farsi più vedere.” Disse Ciccio con voce bassa e sconsolata.
Dopo un lungo silenzio aggiunse: “Ma una volta…”
“Cosa è successo una volta?” chiedo.
“Portai in barca, su questa barca, un turista francese che viaggiava da solo. Tratti da signore, capelli bianchi. Mentre andavamo per mare mi raccontò della sua donna cresciuta in Normandia con lui. Si erano conosciuti da bambini, si incontravano sulla spiaggia. Raccoglievano frutti di mare e conchiglie e andavano sempre in barca. Poi la guerra. I tedeschi invasero la Francia e lui partì militare. Fatto prigioniero e portato in Germania.
Sophie, la sua fidanzata lo attese per anni.
Ci fu l’invasione, i bombardamenti, la casa di Sophie fu distrutta e lei morì.
A fine guerra lui, liberato, tornò al suo paese sul mare. Del paese più nulla, anche la spiaggia era distrutta e abbandonata.
Così, ogni anno, se ne andava in giro per il mondo e quando vedeva il mare era sempre spinto a fare una passeggiata in barca, sentendosi così vicino a lei come una volta.
Ebbene lo sa cosa è successo?”
“Cosa?” chiedo rapito dal racconto e curioso.
“Si era fatto quasi notte e mentre tornavamo nel porto sentii sotto agli scogli un canto dolce e misterioso…”
“Le sirene?” chiesi.
“Certamente le sirene. Vidi delle piccole luci d’argento sull’acqua. Che spettacolo! Così dissi al forestiero che aveva compiuto un miracolo. Con il suo sentimento aveva riacceso l’incantesimo e le sirene erano tornate all’isola.”
“Cosa è successo dopo?” chiedo quasi con timore.
Don Ciccio rimase in silenzio con gli occhi che guardavano l’orizzonte.
Soggiogato dall’atmosfera attendevo paziente. Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui.
Il vecchio pescatore riprese a parlare: “Ascoltavamo in silenzio quel dolce canto. Era notte ormai. Il vento era calato. La luna piena illuminava la superficie dell’acqua. Passa il tempo. Da lontano, ad est, si inizia a vedere il chiarore rosato del nuovo giorno. Il forestiero si lasciò scivolare in acqua.”
“Non ha cercato di fermarlo?”
Don Ciccio sorrise e disse: “L’ho visto felice. Non era spaventato. Si è allontanato abbracciato ad una figura di donna bellissima, uguale alla descrizione che mi aveva fatto di Sophie. Si vedeva il luccichio della coda pinnata. L’amore per il mare l’aveva trasformata in sirena ed ora che aveva ritrovato il suo uomo nessuno poteva più dividerli.”
Chiusi gli occhi e mi sembrò di sentire un mormorio sommesso.
Era come un canto indistinto di voci femminili che veniva dal mare.
Lontano eppure così vicino, si mischiava allo sciacquio delle onde. In un mare pieno di misterioso e segreto incantesimo.
Onda...
Si muove il mare
e sponda bacia sponda
lasciando i tuoi pensieri
liberi di andare,
portati a spalla
come un sacco pieno
di cianfrusaglie
che odorano di vino,
che sanno di risate
di lacrime roventi
e di stagioni andate.
Li senti
gli anni, i giorni
i passi dietro i passi
inanellati in circolo
gli alti e dopo i bassi
e ancora giù sul fondo
a guardare il mondo
con gli occhi chiusi
e a riderne,
che è meglio.
Ti usi.
Ti apri a ventaglio
come la coda del pavone
ma solo per nascondere
uno sbaglio,
l'ultimo,
del quale non capisci
la ragione
e sei di nuovo lì
a morderti le mani;
vorresti andare
e invece poi rimani
a tormentare i sensi
a chiuderli in prigione,
ad imbrogliare il cuore
con una spiegazione
che non spiega niente.
E ti ritorno in mente.
E mi ritorni in mente...
Facce di gente,
confusa ad altra gente
che prima no, non pensa
e dopo si pente,
si sente
un secchio bucato
un vestito smesso
un cencio rattoppato,
ottima merce
alla fiera dell'usato.
Olio bollente
brucia sulle ferite
ma è già meglio di niente,
meglio di un fare
finto ed indifferente,
d'una risata ipocrita
d'un gesto insofferente,
meglio di quella solita
battuta deficiente
le mie parole.
La Malinconia,
questa dama dal volto
intensamente bello e triste
(oh, quanta sfumata mestizia
nei suoi occhi cerulei)
eccola riapparire e circondarmi
di fascinoso languore;
le sue braccia
grondanti tenui melodie giallo-arancio
cullano sogni e ricordi
in azzurre dimensioni silenziose
e lontane.
E non mi accorgo di essere
una acrobata
che cammina bendata
sul filo teso
senza protezione di rete.
Fasciata di gelida eternità,
non ho voglia di abbandonarmi
al tiepido calore della vita.
Maturo inverno,
come cade la neve
sulle tue braccia.
Il tronco roso dal fuoco del caminetto
già da tempo ha detto addio alla vita.
Anche la campana,
rauca,
piange, investita
dal gelo.
Il falco
alto
in croce.
La tua croce,
moribondo inverno.
Dal blog di una amica splinderiana, la carissima Simo, che a sua volta l'ha scoperta da un suo amico, ho preso questa canzone di Jovanotti
Non la conoscevo, di solito non ascolto Jovanotti, ma me ne sono innamorata. Non sarebbe bello se ci venisse dedicata una canzone così??
A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione
Per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto
Come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perchè non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magìa
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro l’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti stringendoti un pò
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
A te che hai reso la mia vita
Bella da morire
Che riesci a render la fatica
Un immenso piacere
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
E a te che sei
Semplicemente sei
Compagna dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
