Ripubblico questo brano perché stasera ho avuto la gradita sorpresa che è stato scelto per una antologia di narrativa di prossima pubblicazione
Mi piace, ogni anno, fare un giro sulla vecchie barca di don Ciccio, barcaiolo senza età.
Pare che mi aspetti puntuale nel piccolo porto per raccontarmi, durante la gita intorno all’isola, qualche nuova ed incredibile storia che ascolto sempre senza saperne dare una giusta spiegazione o trarne un logico perché.
Mi piacciono le fantasticherie e l’abbandono delle vacanze mi aiuta ad accettare tutto, anche l’irragionevole, mi consente di ascoltare le storie di Ciccio e dargli la certezza di credergli.
Non ha esitazioni nel confidarmi i suoi sfoghi al ritmo del motore della vecchia barca, colma, però, di un fascino misterioso.
Sono tornato quindi sull’isola facendomi trasportare per la strada sinuosa che la fascia come una cintura di seta, ad ogni passo mi entra nel sangue e mi appartiene sempre di più.
Eccolo lì l’albero dondolante del barcone con don Ciccio a bordo che non sta mai fermo e borbotta chissà cosa. Vive sul mare, nato sul mare da padre e nonno pescatori e del mare ne ha fatto un amico sicuro e fedele, quasi dimenticando la famiglia che gli pesa come un macigno sulle spalle.
Lo saluto dalla spiaggia, mi risponde alzando il braccio e accosta.
Poche parole ed il motore è avviato.
Al largo ci sono dei pescherecci, tirano le reti mentre sfrecciano inesorabili motoscafi veloci.
Negli occhi di Ciccio un lampo d’odio.
“Tutto hanno distrutto” dice parlando a sé stesso.
“Ecco perché sono andate via le sirene” continua.
“Le sirene?” chiedo sbalordito e fingendo stupore.
“Si, le sirene. Le sirene dell’isola ci sono state, cantavano per i pescatori ed i marinai, e soprattutto, per la gente buona e gli innamorati felici e solitari.”
“Poi?” chiedo.
“E poi… tutto è cambiato. I giovani sembrano pazzi, gridano, cantano brutte canzoni. I motoscafi non danno pace, l’acqua è inquinata e così… addio sirene. Hanno deciso di non farsi più vedere.” Disse Ciccio con voce bassa e sconsolata.
Dopo un lungo silenzio aggiunse: “Ma una volta…”
“Cosa è successo una volta?” chiedo.
“Portai in barca, su questa barca, un turista francese che viaggiava da solo. Tratti da signore, capelli bianchi. Mentre andavamo per mare mi raccontò della sua donna cresciuta in Normandia con lui. Si erano conosciuti da bambini, si incontravano sulla spiaggia. Raccoglievano frutti di mare e conchiglie e andavano sempre in barca. Poi la guerra. I tedeschi invasero la Francia e lui partì militare. Fatto prigioniero e portato in Germania.
Sophie, la sua fidanzata lo attese per anni.
Ci fu l’invasione, i bombardamenti, la casa di Sophie fu distrutta e lei morì.
A fine guerra lui, liberato, tornò al suo paese sul mare. Del paese più nulla, anche la spiaggia era distrutta e abbandonata.
Così, ogni anno, se ne andava in giro per il mondo e quando vedeva il mare era sempre spinto a fare una passeggiata in barca, sentendosi così vicino a lei come una volta.
Ebbene lo sa cosa è successo?”
“Cosa?” chiedo rapito dal racconto e curioso.
“Si era fatto quasi notte e mentre tornavamo nel porto sentii sotto agli scogli un canto dolce e misterioso…”
“Le sirene?” chiesi.
“Certamente le sirene. Vidi delle piccole luci d’argento sull’acqua. Che spettacolo! Così dissi al forestiero che aveva compiuto un miracolo. Con il suo sentimento aveva riacceso l’incantesimo e le sirene erano tornate all’isola.”
“Cosa è successo dopo?” chiedo quasi con timore.
Don Ciccio rimase in silenzio con gli occhi che guardavano l’orizzonte.
Soggiogato dall’atmosfera attendevo paziente. Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui.
Il vecchio pescatore riprese a parlare: “Ascoltavamo in silenzio quel dolce canto. Era notte ormai. Il vento era calato. La luna piena illuminava la superficie dell’acqua. Passa il tempo. Da lontano, ad est, si inizia a vedere il chiarore rosato del nuovo giorno. Il forestiero si lasciò scivolare in acqua.”
“Non ha cercato di fermarlo?”
Don Ciccio sorrise e disse: “L’ho visto felice. Non era spaventato. Si è allontanato abbracciato ad una figura di donna bellissima, uguale alla descrizione che mi aveva fatto di Sophie. Si vedeva il luccichio della coda pinnata. L’amore per il mare l’aveva trasformata in sirena ed ora che aveva ritrovato il suo uomo nessuno poteva più dividerli.”
Chiusi gli occhi e mi sembrò di sentire un mormorio sommesso.
Era come un canto indistinto di voci femminili che veniva dal mare.
Lontano eppure così vicino, si mischiava allo sciacquio delle onde. In un mare pieno di misterioso e segreto incantesimo.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 21:23 |
link |
commenti (7) | categoria:
racconti
Mi piace, ogni anno, fare un giro sulla vecchie barca di don Ciccio, barcaiolo senza età.
Pare che mi aspetti puntuale nel piccolo porto per raccontarmi, durante la gita intorno all’isola, qualche nuova ed incredibile storia che ascolto sempre senza saperne dare una giusta spiegazione o trarne un logico perché.
Mi piacciono le fantasticherie e l’abbandono delle vacanze mi aiuta ad accettare tutto, anche l’irragionevole, mi consente di ascoltare le storie di Ciccio e dargli la certezza di credergli.
Non ha esitazioni nel confidarmi i suoi sfoghi al ritmo del motore della vecchia barca, colma, però, di un fascino misterioso.
Sono tornato quindi sull’isola facendomi trasportare per la strada sinuosa che la fascia come una cintura di seta, ad ogni passo mi entra nel sangue e mi appartiene sempre di più.
Eccolo lì l’albero dondolante del barcone con don Ciccio a bordo che non sta mai fermo e borbotta chissà cosa. Vive sul mare, nato sul mare da padre e nonno pescatori e del mare ne ha fatto un amico sicuro e fedele, quasi dimenticando la famiglia che gli pesa come un macigno sulle spalle.
Lo saluto dalla spiaggia, mi risponde alzando il braccio e accosta.
Poche parole ed il motore è avviato.
Al largo ci sono dei pescherecci, tirano le reti mentre sfrecciano inesorabili motoscafi veloci.
Negli occhi di Ciccio un lampo d’odio.
“Tutto hanno distrutto” dice parlando a sé stesso.
“Ecco perché sono andate via le sirene” continua.
“Le sirene?” chiedo sbalordito e fingendo stupore.
“Si, le sirene. Le sirene dell’isola ci sono state, cantavano per i pescatori ed i marinai, e soprattutto, per la gente buona e gli innamorati felici e solitari.”
“Poi?” chiedo.
“E poi… tutto è cambiato. I giovani sembrano pazzi, gridano, cantano brutte canzoni. I motoscafi non danno pace, l’acqua è inquinata e così… addio sirene. Hanno deciso di non farsi più vedere.” Disse Ciccio con voce bassa e sconsolata.
Dopo un lungo silenzio aggiunse: “Ma una volta…”
“Cosa è successo una volta?” chiedo.
“Portai in barca, su questa barca, un turista francese che viaggiava da solo. Tratti da signore, capelli bianchi. Mentre andavamo per mare mi raccontò della sua donna cresciuta in Normandia con lui. Si erano conosciuti da bambini, si incontravano sulla spiaggia. Raccoglievano frutti di mare e conchiglie e andavano sempre in barca. Poi la guerra. I tedeschi invasero la Francia e lui partì militare. Fatto prigioniero e portato in Germania.
Sophie, la sua fidanzata lo attese per anni.
Ci fu l’invasione, i bombardamenti, la casa di Sophie fu distrutta e lei morì.
A fine guerra lui, liberato, tornò al suo paese sul mare. Del paese più nulla, anche la spiaggia era distrutta e abbandonata.
Così, ogni anno, se ne andava in giro per il mondo e quando vedeva il mare era sempre spinto a fare una passeggiata in barca, sentendosi così vicino a lei come una volta.
Ebbene lo sa cosa è successo?”
“Cosa?” chiedo rapito dal racconto e curioso.
“Si era fatto quasi notte e mentre tornavamo nel porto sentii sotto agli scogli un canto dolce e misterioso…”
“Le sirene?” chiesi.
“Certamente le sirene. Vidi delle piccole luci d’argento sull’acqua. Che spettacolo! Così dissi al forestiero che aveva compiuto un miracolo. Con il suo sentimento aveva riacceso l’incantesimo e le sirene erano tornate all’isola.”
“Cosa è successo dopo?” chiedo quasi con timore.
Don Ciccio rimase in silenzio con gli occhi che guardavano l’orizzonte.
Soggiogato dall’atmosfera attendevo paziente. Sapevo la risposta, ma volevo sentirla da lui.
Il vecchio pescatore riprese a parlare: “Ascoltavamo in silenzio quel dolce canto. Era notte ormai. Il vento era calato. La luna piena illuminava la superficie dell’acqua. Passa il tempo. Da lontano, ad est, si inizia a vedere il chiarore rosato del nuovo giorno. Il forestiero si lasciò scivolare in acqua.”
“Non ha cercato di fermarlo?”
Don Ciccio sorrise e disse: “L’ho visto felice. Non era spaventato. Si è allontanato abbracciato ad una figura di donna bellissima, uguale alla descrizione che mi aveva fatto di Sophie. Si vedeva il luccichio della coda pinnata. L’amore per il mare l’aveva trasformata in sirena ed ora che aveva ritrovato il suo uomo nessuno poteva più dividerli.”
Chiusi gli occhi e mi sembrò di sentire un mormorio sommesso.
Era come un canto indistinto di voci femminili che veniva dal mare.
Lontano eppure così vicino, si mischiava allo sciacquio delle onde. In un mare pieno di misterioso e segreto incantesimo.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 13:30 |
link |
commenti (5) | categoria:
racconti
Era la fine di maggio quando si presenta sull’uscio dell’ufficio postale donna Nannina.
Esitò un attimo prima di varcare la soglia, con il capo tristemente reclinato ed un sorriso docile che accentuava le tante piccole rughe che la segnavano dalla fronte al collo. Per l’occasione, aveva tirato dietro la testa i pochi capelli gialli da vecchia in una crocchia ordinata ed aveva indossato un vestito a fiori, lungo fino alla caviglia, che odorava di liscivia.
In preda ad una evidente agitazione, si guardò intorno con sospetto, poi, decisa, abbandonando di colpo l’atteggiamento colpevole ed addolorato, avanzò verso lo sportello dei pagamenti ed attese pazientemente.
Quando fu il suo turno di colpo tornò timorosa, con le piccole mani callose e scure di lavoro posò con riverenza sul bancone un tovagliolo scuro profumato, annodato più volte. Lo sciolse, lo aprì, raccolse il contenuto e con l’aria di chi sta chiedendo l’elemosina me lo porse.
Era una cartolina di avviso di ricevimento di una ‘raccomandata’, il cui numero era di tante cifre.
Per donna Nannina, analfabeta, quella cartolina era invece un ‘avviso di ‘riscossione’ di pensione INPS e quel numero per lei era la cifra che doveva riscuotere.
Giustamente da riscuotere! Secondo lei lo Stato finalmente le aveva riconosciuto il lavoro di una vita e si era ricordato dei cestini di uova fresche, dei fiaschi di vino genuino, dei polli della sua aia, di quanto, insomma, aveva dispensato a chi le aveva promesso la pensione.
Ascoltai in silenzio le sue ragioni, mentre leggevo per lei il contenuto della raccomandata, presi poi di nuovo l’avviso di ricevimento, lo riposi nel tovagliolo, lo annodai, mi schiarii la voce e dissi: ‘Sarà per un’altra volta donna Nannina, l’avviso di riscossione della pensione non è questo, ma arriverà… arriverà.’
Come dirle che lo Stato non le riconosceva alcuna pensione?
‘Arriverà… arriverà,’ bisbigliò donna Nannina come recitando il rosario.
Si riprese il fazzoletto scuro e scioccamente rimase ancora in attesa. Resasi conto di essere osservata, arrossì per il disturbo che aveva arrecato con la sua presenza, alzò la mano nodosa in un gesto papale, agitò il tovagliolo e rassegnata uscì, chiudendosi piano la porta alle spalle.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 20:46 |
link |
commenti (1) | categoria:
racconti
Quella mattina Domenico si svegliò alle quattro, come sempre.
Si sciacquò frettolosamente il viso, indossò i soliti abiti da lavoro sporchi, non ne aveva altri, e corse fuori per accudire gli animali.
L’alba era molto luminosa e più rosata del solito, Domenico neanche se ne accorse.
Mai nella sua vita si era accorto dell’alba. Albe, tramonti, sere, non erano altro che la sua giornata di lavoro. Per lui esisteva il giorno ed esisteva la notte. Lavorare, dormire e basta.
Quella mattina, come tutte le altre,i mpastò la crusca con il granoturco e la frutta marcia per i maiali, distribuì erba fresca ai conigli nelle gabbie, ripeté l’operazione nel recinto dove erano rinchiusi la capra, due pecore e due agnellini, gettò infine il granone spezzato alle galline che libere razzolavano nel cortile
Alle cinque, un’ora prima del solito, aveva finito ed era pronto ad accogliere i tre contadini, che da lì a pochissimo sarebbero venuti a muovere le zolle nel terreno intorno alla casa di don Peppino, il suo padrone.
Quanto Domenico aveva, lo doveva al padrone. Il cibo che mangiava, il materasso riempito con cartocci di granoturco sul quale poteva distendersi. Senza dimenticare che, cinquant’anni prima, quando di anni ne aveva sette, don Peppino lo aveva prelevato dall’orfanotrofio della ‘Nunziata’ e gli aveva concesso di diventare il suo garzone.
Domenico era riconoscente per tutto questo e, sotto-sotto, anche soddisfatto di essere l’uomo di fatica di un ricco possidente, proprietario, tra le altre cose, di un enorme caseggiato con gli archi di tufo verde levigato ed il grande terrazzo dal quale si poteva ammirare tutto il Golfo di Napoli. Sotto gli archi di ponente della casa s’intravedevano due cisterne per la raccolta di acqua piovana. Dalle loro dimensioni e dalla capacità si poteva intuire l’agiatezza di don Peppino. Costruite anch’esse in pietra verde levigata e con i bordi circolari, erano le più ampie e profonde della zona e, chissà perché, l’acqua che si attingeva era anche la più fresca che si potesse bere.
In estate, quasi tutti in paese esaurivano la riserva d’acqua, e, nei periodi di maggiore siccità, non era raro imbattersi in silenziose processioni di donne che, con piccoli tini in equilibrio sulla testa, si recavano alle cisterne di don Peppino. Arrivate sotto la terrazza del padrone, si profondevano in inchini e, impacciate e con gli occhi bassi, attingevano l’acqua a turno.
Tra le mansioni di Domenico c’era anche quella di avere cura delle cisterne, nelle quali affluiva acqua da cinque tetti fatti di lapilli e calce viva pressati. Ogni anno, in autunno, per impedire l’afflusso delle prime piogge, chiudeva le condotte, in modo che l’acqua lavasse tutte le superfici collettrici. Solo all’acqua invernale, fresca, limpida e pulita era consentito riversarsi nelle cisterne. Ogni tre o quattro anni, poi, le svuotava, lavava e disinfettava per bene con la calce, accertandosi che le due anguille, destinate ad ingoiare gli eventuali microrganismi che si fossero formati, fossero sempre vive.
Domenico, insomma, si occupava proprio di tutto.
Il lavoro che si apprestava a fare quella mattina non aveva nulla di straordinario se non che veniva effettuato sempre nel mese di luglio, quando i terreni, soprattutto quelli coltivati a vigneti, avevano bisogno di una rinfrescata. Solo i proprietari più accorti facevano rinfrescare i propri terreni e don Peppino era un uomo accorto.
Arrivati i tre braccianti, Domenico indicò il terreno da lavorare e, per dare il buon esempio, si schierò accanto a loro, perché ‘in quattro si procede più svelti’.
Nel silenzio delle prime ore del mattino si percepiva soltanto il tintinnio delle zappe, che sembravano manovrate da un mezzo meccanico. A muoverle invece sincronicamente erano le braccia di quattro uomini, curvi per la fatica in un polverone accecante e sotto un sole che già cominciava a bruciare volti e schiene.
Quando l’orologio della chiesa suonò le nove, Domenico corse a casa del padrone a prendere la colazione che donna Lucia, la moglie di don Peppino, aveva preparato: fave secche cotte con cipolla e concentrato di pomodoro, insalata di patate, cipolle e pomodori condita con poche preziose gocce d’olio, un pane vecchio di dieci giorni, che Domenico stesso aveva impastato ed infornato. Da bere la solita bevanda, che poi non era altro che acqua in cui venivano messe le vinacce durante la vendemmia. Niente vino. No, il vino poteva diventare pericoloso; una zappata vibrata male equivaleva ad una vite tagliata.
Il vino l’avrebbero bevuto al termine della giornata di lavoro.
Dopo aver fatto colazione gli operai ripresero a lavorare. La fatica e la polvere del terreno smosso inaridivano sempre più la gola e le narici dei quattro uomini, che procedevano senza più pause.
Quel poco di bevanda rimasta era ormai diventato un brodo caldo ed imbevibile. Domenico senza parlare prese il bottiglione e andò verso la cantina per riempirlo di nuovo.
Quei pochi minuti di strada che lo separavano dalla casa del padrone gli parvero interminabili e senza fine gli sembrò il suo procedere ansimante sotto il sole che si rispecchiava sul suo cranio e con l’unica ciocca di capelli, impastata di polvere e sudore, incollata sulla fronte. Disgustato percepì l’odore stesso del suo corpo, l’acre puzzo di sudore che fuoriusciva dalla maglia di lana, strappata in un lato.
Varcò, finalmente, l’arco di tufo verde che delimitava la casa del padrone, s’introdusse nel cortile, passò davanti alle cisterne e si fermò. Sul bordo di una di esse aveva visto il secchio, invecchiato e bronzeo come una campana, con i bordi imperlati di gocce d’acqua, la fune ancora bagnata. A quella visione provò un delizioso brivido lungo la schiena. Avanzò bramoso, aprì le braccia, dischiuse le labbra e le accostò al secchio. Vuoto! Con il dorso della mano asciugò il sudore che gli colava dalla fronte, si stropicciò gli occhi e riprese in mano il bottiglione per riempirlo in cantina.
‘Domenico!’ lo fermò la voce del padrone, che dal terrazzo aveva assistito alla scena.
‘Che c’è don Peppino?’ rispose Domenico.
‘Domè, attingimi questo secchio d’acqua.’
Domenico riprese il secchio, lo fece scendere con la fune nella parte più profonda della cisterna, dove l’acqua era sicuramente più fresca, poi, tiratolo su, si passò la lingua secca sulle labbra asciutte e disse: ‘Eccola padrò, fresca fresca e tutta vostra.’
‘Domè!’ disse ancora don Peppino.
‘Dite padrò,’ rispose Domenico tutto piegato su se stesso, aspettando altri ordini.
‘Domenico, ora bevi!’
Domenico bevve, andò in cantina, riempì il bottiglione di bevanda e tornò nel vigneto per far dissetare anche i suoi compagni.
Ormai i contadini avevano terminato il lavoro. Il pezzo di terra, lavorato di fresco, sembrava vellutato. I verdi pampini delle viti e le piante da frutto, incipriate di polvere e zolfo, proiettavano ombre sulla superficie rimossa.
Vitaliano suonò le dodici picchiettando la zappa con la roncola. Quel sordo tintinnio, simile a una campanella stonata fu il segnale che si potevano posare gli attrezzi.
Costeggiando le rare ombre lungo il terreno, i quattro si avviarono verso la cantina per consumare un pasto frugale. Qualche fetta di pane stantio, pochi pezzi di duro e salato formaggio, una bottiglia di vino.
Domenico aspettò che i suoi compagni finissero di mangiare, pagò a ciascuno di loro i due soldi per la giornata di lavoro e li vide svanire nel fumo puzzolente delle sigarette da loro stessi arrotolate, storditi dal vino e dall’estenuante frinire delle cicale. Solo allora si sedette su un basso gradino e si rifocillò con quel poco che era avanzato. Poi, da un’altra botte, spillò vino ‘speciale’ per il suo padrone e glielo portò per il pranzo.
Finalmente era finita la prima parte della sua giornata di lavoro. Si allontanò dalla casa di don Peppino e andò a distendersi su quel terreno zappato di fresco, all’ombra di una pianta. Non lo faceva abitualmente. Di solito si abbandonava sul suo giaciglio di tavole e cartocci di granoturco e inebetito, con gli occhi spalancati, faceva passare la sua ora di riposo.
Quel giorno però era diverso, sentiva che solo dormendo avrebbe recuperato la forza necessaria per affrontare il lungo pomeriggio di lavoro che lo aspettava.
In quella quiete, in quella terra più sua che del suo padrone, Domenico quasi s’inumò con gli occhi spalancati al cielo azzurro, la bocca semiaperta in un sorriso e le orecchie solleticate dai fili d’erba mossi dal venticello caldo.
Gli sarebbe bastato dormire un’ora, una sola ora, e avrebbe ricominciato a zappare e la sera avrebbe pensato agli animali e avrebbe servito la cena alla famiglia del padrone, poi avrebbe mangiato una minestra tiepida… poi la notte… la mattina dopo gli animali. Se fosse rimasto in casa non sarebbe riuscito a dormire. Il caldo afoso e gli scricchiolanti cartocci sotto la schiena lo avrebbero tenuto sveglio e, se anche fosse riuscito ad addormentarsi, sicuramente il padrone l’avrebbe svegliato per qualche capriccio da soddisfare.
‘Domenico!’ lo distrasse dai suoi pensieri una voce in lontananza.
Si sollevò faticosamente sui gomiti e tese le orecchie per capire da dove provenisse il richiamo.
‘Dite padrone!’ soffiò amaro ad un lombrico attorcigliato su una foglia, poi, senza forza, affondò pesantemente la nuca nel terreno.
‘Domenico! Domenico!’ ancora la stessa voce, questa volta più chiara. No, non era il padrone ad avere bisogno di lui.
‘Chi sei?’ farfugliò serenamente Domenico.
‘Domè! Ora dormi!’ ripetè la voce dolce e suadente come in una ninnananna.
‘Signore! ‘ rantolò Domenico chiudendo gli occhi.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 11:56 |
link |
commenti (1) | categoria:
racconti
No, non se ne è andato……..
Di chi parlo? Ma è ovvio, del mio spasimante, sempre quello.
Non è cresciuto in altezza, non è diventato slanciato, non è dimagrito e non gli sono cresciuti capelli e denti.
Le telefonate con baci e sospiri non sono diminuite.
E’ sempre collegato al messenger aspettandomi al varco. Non faccio mai in tempo ad entrare e mettermi invisibile perché è già lì pronto a scrivere parole d’amore per me.
Con la chat è diventato più audace.
Non più solo baci e sospiri, ma vere e proprie avances sessuali.
E’ ossessionato dall’idea di far l’amore con me un giorno.
“Amore, ti desidero.”
“Si caro.”
“Amore, non faccio altro che pensare a te e me insieme a letto”
“Si caro”
“Tesoro, è uguale anche per te vero?”
“No caro.”
“Tesoro, smetti di giocare, lo sento che mi vuoi.”
“No caro, davvero non ci penso proprio.”
“Bambina, bambina non mentire. Io lo so che mi vuoi.”
Insomma non ascolta ciò che non gli piace ascoltare ed allora…..
IO :
“Caro, però c’è una cosa che adesso desidero più di ogni altra cosa.”
LUI
“Amore, dimmi tutto. Sai che puoi chiedermi tutto quello che vuoi. Sono qui solo per te.”
IO
“Non sta bene che io ti chieda questa cosa.”
LUI
“Amore mio, dai dimmi.”
IO … dopo una lunga pausa
“No, no, davvero non posso.”
LUI
“Puoi tesoro, lo sai con me puoi tutto.”
IO dopo una lunghissima pausa
“Se ti chiedessi questa cosa mamma non sarebbe contenta e mio padre dall’altro mondo mi guarderebbe con rimprovero.”
LUI velocemente e non capisco come abbia fatto
“Dillo, amore cosa vuoi che faccia. Ti prego dimmelo.”
IO dopo una pausa credo che al di là dello schermo stia ansimando.
“No caro, davvero non posso. Ho paura che non sapresti aver misura e ciò potrebbe farmi male, molto male.E questa cosa che voglio non posso e non devo farla . Lo sai che alcune cose non le faccio.”
LUI
“Amore, sarò delicatissimo con te. Come puoi pensare che possa farti male. Sei la mia principessa e voglio regalarti solo piacere.”
IO
“Ma caro, questa è una cosa che fa mi male, male veramente. E’ una pratica che può solo rovinare il mio corpo.”
LUI oramai nel pallone
“Dillo.Dillo tesoro, ti prego dillo.”
IO
“Caro, ma tu faresti tutto per me?
LUI
“Tutto, amore, tutto. Per te tutto.”
IO
“Tutto, tutto?”
LUI
“TUTTO TUTTO TUTTO MI STAI FACENDO MORIRE ”
IO
“Caro non c’è bisogno di gridare.”
LUI
“SCUSAMI CARA, E’ PER FARTI CAPIRE IL MIO DESIDERIO.”
IO
“Allora vuoi che ti dica cosa desidero più di ogni altra cosa?”
LUI
“Siiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii, dimmelo ora subito.”
IO
“La cosa che desidero di più è……. No, non posso……….”
LUI
“Amore, amore, amore dimmelo.”
IO dopo una pausa lunghissima
“Mi porteresti un enorme gelato al cioccolato con tanta panna?”
Silenzio.
Per pochi lunghissimi secondi la finestra della chat resta vuota.
E poi…
“SCEMA!!!!!!!!!!!!!!!!! Ahahahahahahahahahahahahahahahhahahahaaha!!!!!”
Mi telefona, ride così tanto che non riesca a spiccicare parola. Spero non soffochi.
Chissà, avrò ancora uno spasimante?
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 17:20 |
link |
commenti (2) | categoria:
racconti
Eravate convinti che il mio spasimante (quello basso, tarchiato, in sovrappeso, con pochi capelli e la dentiera) fosse sparito dopo la foto della torta?
Ed invece no.
Ce l’ho ancora uno spasimante.
Sempre generoso e gentile.
Baci e sospiri ad ogni telefonata.
Fra telefonate e sms mi scarica il cellulare.
Continua a piangere dentro di se quando piango.
Vorrebbe starmi sempre accanto.
“Tesoro come stai?”
“Bene caro.”
“Tesoro mi pensi?”
“A volte caro.”
“Tesoro ti voglio bene.”
“Bene caro.”
“Tesoro e tu mi vuoi bene?”
“No caro.”
“Che spiritosa che sei. Sei come una bambina hai sempre voglia di giocare.”
Insomma neanche stavolta ha capito che facevo sul serio.
Qualche giorno fa ho avuto la cattiva idea di dirgli che la sera vado in chat con degli amici.
“Tesoro, ma lo sai che è pericoloso? Non puoi mai sapere chi incontri.”
“Caro, non è pericoloso, non è una vera chat, ma un messenger: Parlo solo con chi conosco.”
E questo è stato il secondo errore.
In men che non si dica ha scaricato anche lui il messenger ed ora tutte le volte che mi collego lo trovo in attesa come un avvoltoio sul ramo.
Uno stress!
“Tesoro stai chattando?”
“Si caro:”
“E con chi?
“Non li conosci caro”
“E non vuoi farmeli conoscere?”
”No caro, non mi sembra il caso.”
L’altra sera gli dico che devo chiudere perché vado a farmi una doccia.
“Oh tesoro mio come mi piacerebbe vederti sotto la doccia!”
“Mandami una foto, ti prego. Una sola e non ti chiederò mai più nulla.”
“Vuoi la foto della doccia? Te la mando dopo.”
“Lo vedi tesoro, solo tu sai come rendermi felice, ti prego mandami una bella foto.
“Si caro, vedrai che bella foto!”
Vado sotto la doccia, ci resto un’ora come mio solito.
Faccio la foto e la mando.
Come oggetto scrivo: E’ magia.
Questa volta non mi arriva il solito sms, quello con scritto: Scema!!!
Mi chiama.
“Tesoro, ma si vede solo la doccia, non vedo te.”
“Caro, te l’ho detto che era magica! Non l’hai aperta in fretta e sono sparita!”
Questa volta non me lo scrive, ma lo dice.
“Scema!!!!!!!!!!”
E inizia a ridere soffocandosi quasi.
Chissà se questa volta ce l’ho fatta a perdere uno spasimante.
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 18:45 |
link |
commenti (4) | categoria:
racconti
Io ho ancora uno spasimante.
Sempre lo stesso, quello basso, tarchiato, anzianotto ed in sovrappeso.
Continua a chiamarmi mille volte al giorno.
Continua a inondarmi di sms.
Sempre innamorato e preso da me.
Ogni telefonata un bacio.
Ogni telefonata un sospiro.
Continua a tirarmi su quando sono triste e ancora piange dentro di se se io piango.
E’ sempre generoso e gentile.
Appena saputo che ho un telefonino che fa le foto è andato di corsa a comperarne uno anche lui.
“Amore vuoi la mia foto?”
“No caro”
“Amore mi mandi la tua foto?”
“No caro”
“Tesoro dai ti prego, che ti costa? Ho voglia di vedere i tuoi occhi”
“No caro”
“Tesoruccio, ti prego voglio vedere le tue labbra”
“No caro”
“Amore mio dolce, lo capisci che sono pazzo di te”
“No caro”
“Senza di te, senza vederti, non vivo”
“Non può essere caro, vivi benissimo, ma stai ammazzando me”
Lui non capisce mai quando parlo sul serio e ride anche questa volta pensando che io stia scherzando.
Insomma è da dieci giorni che va avanti questa storia, e per ognuno di questi dieci giorni ho maledetto il momento in cui ho avuto la malaugurata idea di dirgli del telefono con fotocamera.
Ieri mattina ennesima telefonata con richiesta di foto.
Tono supplichevole.
“Amore, una sola foto e non ti chiederò mai più nulla.”
“Va bene, caro”
“Va bene caro? Allora mi accontenti? Che dolce che sei tesoro. Sapevo che avresti capito il mio bisogno di te”
E continua ad esultare per circa 20 minuti.
“Caro, ma se non chiudiamo questa telefonata non potrò fare e mandare la foto.”
“Chiudiamo allora tesoro, non vedo l’ora di vederti!”
“Si caro, a dopo.”
Scatto una foto.
Armeggio un po’ e dopo un po’ ne scatto ancora una.
Mando la prima foto.
Come oggetto scrivo: La caprese nuda.
Mando la seconda foto.
Come oggetto scrivo: e ora vestita.
Mi chiama: “Tesoro, non ho il coraggio di guardare. Mai avrei pensato ad una foto di te nuda.”
“Vai caro, va a guardare, ti piacerà”
“Lo so che mi piacerà. Tu non sai quanta felicità mi dai e l’idea di guardarti nuda mentre ti fotografi per me mi emoziona e ho quasi paura che guardandoti tu possa svanire.”
“Vai caro, vai.”
Tempo cinque minuti e mi arriva un sms: “scema!!!!”
E dopo altri cinque la sua telefonata. Ride così tanto che non riesce a parlare, quasi soffoca.
A proposito, io sono ischitana e non caprese, ma lui nella foga non ha badato alla piccola differenza.
La caprese della foto non è l’insalata mozzarella e pomodoro, ma una torta al cioccolato con le mandorle.
Nuda era senza la glassa esterna, mentre vestita era con una glassa supergolosa.
Secondo voi ho ancora uno spasimante?
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 15:52 |
link |
commenti (2) | categoria:
racconti
Ho uno spasimante.
Non è una brutta cosa. E’ carino avere qualcuno che pensa a te ogni istante e che ti vuole bene.
Peccato che il mio spasimante sia basso, tarchiato, un po’ in soprappeso e pure anzianotto.
E’ facile contargli i capelli, non ne ha più molti. Quando parla mi chiedo se dovrò raccattare la dentiera.
In suo favore devo dire che è dolce, gentile e generoso. Mi vuole bene per il solo piacere di farlo senza nulla chiedere in cambio.
Mi chiama e mi tiene compagnia quando sono triste o sto poco bene. Ascolta i miei vaneggiamenti e se piango so che dentro di se piange con me.
Ieri pomeriggio ero in camera mia sul letto.
Mi arriva un suo sms: Tesoro ho finito di lavorare vado a casa fra poco.
Io rispondo: Va bene ci sentiamo più tardi.
E lui: cosa fai?
Io: nulla
E poi subito dopo ne mando un altro: mi sto toccando…
E poi ancora un altro: accarezzando…
E ancora: sfiorando…
Mi sembra quasi di vedere il suo viso, non riesce a credere ai suoi occhi. Si sta chiedendo se sono impazzita ed è felice perché finalmente mi sono accorta di lui.
Mi telefona, ha la voce roca ed emozionata.
“Tesoro dimmi cosa vuoi che io faccia”
ed io con voce sensuale: “non hai letto l’ultimo sms”
“no, dai tesoro dimmelo tu, mi vuoi?”
“se non leggi l’ultimo sms non puoi capire”
lui sempre più emozionato mi dice: “allora aspettami solo un istante vado a leggere”
A tempo di record scrivo l’ultimo sms.
Mi chiama dopo un minuto e vuole che gli dica a voce quello che ho scritto perché non ha ricevuto nulla.
Vuole sapere cosa stia facendo.
Con la voce sempre più calda e sexy gli dico che deve leggere l’ultimo sms.
“Va bene amore vado a leggere, faccio tutto quello che vuoi tu.”
Dopo un paio di minuti mi arriva un suo sms: scema
Mi chiama con la voce strozzata dal ridere. Ride così tanto che non riesce a parlare.
L’ultimo mio sms diceva: una dannatissima puntura di zanzara.
Secondo voi ho ancora uno spasimante?
Scritto da:
2tonidiblu57 alle ore 15:43 |
link |
commenti (2) | categoria:
racconti